La figura del medico competente in azienda – Secur Italia Sicurezza sul lavoro

Il Medico Competente

 

La figura del medico competente, all’interno del panorama legislativo in materia di sicurezza, e all’interno del Servizio di Prevenzione e Protezione aziendale, gioca un ruolo fondamentale affinché il servizio stesso risulti efficace e funzionale.

 

Elabora in collaborazione con il datore di lavoro il Documento di valutazione dei Rischi, lo rivede periodicamente apportando suggerimenti e migliorie, effettua un sopralluogo agli ambienti di lavoro e partecipa in maniera proattiva alla riunione periodica sulla sicurezza indetta ai sensi dell’ art. 35 del D.Lgs 81/08 una volta all’anno.

 

L’obbligo della sorveglianza sanitaria, in Italia, vige per le aziende la cui classificazione di rischio esponga i lavoratori ad una tipologia di rischio soggetta a controlli medici periodici, ne sono un esempio le aziende che abbiamo un rischio di tipo biologico, chimico o da esposizione a Videoterminale. Per queste aziende, indipendentemente dal numero di lavoratori presenti, il datore di Lavoro designa un medico, che abbia una specializzazione in medicina del lavoro, per l’elaborazione e l’attuazione di uno specifico protocollo di sorveglianza sanitaria. Il protocollo di sorveglianza viene quindi condiviso con il Servizio di Prevenzione e Protezione, ed è definito sulle specifiche mansioni dei lavoratori interessati.
La periodicità minima dei controlli è definita dal D.Lgs 81/08, ma è il medico Competente che in virtù della esperienza professionale e dei rischi specifici, stabilisce il contenuto della sorveglianza e valuta se applicare una periodicità più stringente; la visita medica va infatti eseguita, oltre che in base alle periodicità definita dal Medico, ogni qualvolta il lavoratore ne faccia richiesta, se ritenuta dal medico correlata all’esposizione specifica lavorativa, ad ogni cambio di mansione che esponga i lavoratore a rischi differenti, alla cessazione del rapporto di lavoro e in fase preassuntiva.

Tutti i dati delle indagini mediche e anamnestici, vengono registrati dal Medico in apposita cartella sanitaria, conservata a salvaguardia dei segreto professionale a cura del medico stesso, e che segue il lavoratore attraverso la sua carriera professionale.

Dall’esito della sorveglianza sanitaria ne deriva un giudizio di idoneità o inidoneità (anche con limitazioni o prescrizioni), per la mansione specifica; questo giudizio indipendentemente dalle cause che ne hanno generato la diagnosi, è l’unico dato personale sanitario che viene trasmesso all’azienda.

 

In definitiva, oggi il medico competente diviene in molti casi un consulente al fianco del lavoratore, ricoprendo un ruolo di supporto anche dal punto di visa psicologico e sociale; l’introduzione di nuovi rischi, quali per esempio il lavoro Stress Correlato, e di nuove modalità di approccio al lavoro all’interno di situazioni e contesti in cui l’integrazione del lavoratore svolge un ruolo fondamentale per il benessere stesso dell’individuo, pongono il Medico Competente a dover allacciare spesso rapporti molto personali con il lavoratore, al quale devono essere sempre, per esempio, illustrati e spigati gli esiti della sorveglianza.

 

Con la 81/08 la figura del Medico Competente si carica di significati e responsabilità non ancora del tutto definite e definibile, ma che si evolvono gradualmente e parallelamente allo sviluppo delle realtà lavorative italiane.

Fonte: https://www.anfos.it/

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Lavori di pubblica utilità, reddito di cittadinanza: di cosa bisognerà occuparsi per 8 ore a settimana – Secur Italia – Sicurezza Sul Lavoro

Per beneficiare del reddito di cittadinanza bisogna effettuare – per un massimo di 8 ore a settimana – dei lavori di pubblica utilità, o meglio dei lavori socialmente utili; ecco alcuni esempi delle attività che bisognerà svolgere.

 Lavori di pubblica utilità, reddito di cittadinanza: di cosa bisognerà occuparsi per 8 ore a settimana

I beneficiari del reddito di cittadinanza – “in coerenza con il profilo professionale” – sono tenuti ad offrire la propria disponibilità per la “partecipazione a progetti a titolarità dei Comuni, utili alla collettività, in ambito culturale, sociale, artistico, ambientale, formativo e di tutela dei beni comuni”.

 

È l’articolo 4 – 15° comma – del decreto 4/2019 a stabilirlo, aggiungendo quindi un altro obbligo che i beneficiari del reddito di cittadinanza sono chiamati a rispettare se non vogliono perdere il diritto al beneficio.

Per continuare a beneficiare del sostegno economico riconosciuto a titolo di reddito di cittadinanza, quindi, coloro che siglano il Patto per il Lavoro o per l’Inclusione Sociale hanno il dovere di svolgere lavori di pubblica utilità.

 

Quest’obbligo, però, sarà operativo solamente una volta che il Comune di residenza avrà pubblicato un decreto con il quale vengono predisposte le procedure amministrative utili per l’istituzione di questi progetti, i quali poi dovranno essere comunicati in un’apposita sezione presente sul sito ufficiale del reddito di cittadinanza. Decreto che ogni Comune dovrà pubblicare entro i 6 mesi dell’entrata in vigore della normativa sul reddito di cittadinanza.

 

L’obbligo varrà per tutti coloro che hanno il dovere di sottoscrivere il Patto per il Lavoro; quindi i maggiorenni, i non occupati e coloro che non frequentano alcun corso di studi. Per gli altri soggetti la partecipazione ai progetti di pubblica utilità è facoltativa.

 

Per quanto riguarda il monte ore spesso si fa confusione visto che si ritiene che in ogni caso l’interessato debba svolgere queste mansioni per almeno 8 ore alla settimana. Ebbene, non è così: nel decreto 4/2019, infatti, si legge che il beneficiario del reddito di cittadinanza deve mettere a disposizione un numero di ore compatibile con le altre attività da lui svolte che in ogni caso “non può essere superiore ad 8 ore”.

Otto è il numero massimo – e non standard – di ore per le quali si può essere impiegati in queste attività; in caso di partecipazione a corsi di formazione, o anche ad attività per la ricerca di una nuova occupazione, quindi, è molto probabile che il numero di ore da dedicare ai lavori di pubblica utilità siano inferiori.

Sarà proprio con queste ore lavorative gratuite di pubblica utilità, infatti, che il beneficiario “ripagherà” l’investimento che lo Stato fa concedendogli il reddito di cittadinanza; allo stesso tempo, ricordiamo, questo dovrà comunque impegnarsi nel formarsi partecipando a dei corsi finalizzati al conseguimento di una qualifica professionale e ad accettare una delle prime tre proposte di lavoro che gli verranno presentate dal centro per l’impiego.

A tal proposito è interessante capire quali sono i lavori socialmente utili per cui il beneficiario del reddito di cittadinanza dovrà offrire – in maniera del tutto gratuita – la sua disponibilità. Vediamo quali potrebbero essere le attività che – in accordo con il sindaco del Comune di residenza – si potrebbe essere chiamati a svolgere.

 

 

I lavori di pubblica utilità

Gli LPU sono quelle prestazioni non retribuite a favore della collettività che solitamente si svolgono presso lo Stato, le regioni, le province, i comuni o anche per organizzazioni di assistenza sociale o volontariato. Nel caso del reddito di cittadinanza sembra che l’attività verrà svolta esclusivamente presso l’ente comunale, visto che il lavoro da effettuare verrà deciso in accordo dal Sindaco.

Per fare alcuni esempi di lavori di pubblica utilità possiamo fare riferimento a quanto stabilito dal decreto ministeriale pubblicato dal Ministero della Giustizia in data 26 marzo 2001; dovete sapere, infatti, che il concetto di lavoro di pubblica utilità è stato introdotto al fine di essere considerato a tutti gli effetti come una sanzione penale sostitutiva.

Quando si parla di lavori di pubblica utilità, quindi, si fa riferimento a quel modo alternativo di scontare una condanna penale, attraverso un’attività riparativa e restitutiva.

Nel suddetto decreto ministeriale si legge che la prestazione di lavoro di pubblica utilità è quella svolta, ad esempio, in favore dei seguenti soggetti:

  • persone affette da HIV;
  • portatori di handicap;
  • malati;
  • anziani;
  • minori;
  • ex detenuti;
  • extracomunitari.

Possono essere considerati dei lavori di pubblica utilità, anche quelli svolti nel settore de:

  • la Protezione Civile;
  • tutela del patrimonio pubblico o ambientale;
  • altre attività pertinenti alla specifica professionalità della persona.

 

I lavori socialmente utili

Come abbiamo appena visto il termine “lavoratori di pubblica utilità” – LPU – si riferisce perlopiù ad una sanzione penale sostitutiva. Nel caso del reddito di cittadinanza, quindi, ci sembra più corretto parlare di lavori socialmente utili – LSU – ossia la partecipazione ad iniziative di pubblica utilità al quale si dedicano, limitatamente nel tempo, i soggetti svantaggiati nel mercato del lavoro.

Oggi i lavoratori che si dedicano ai lavori socialmente utili l’Inps riconosce un assegno mensile, cosa che invece non avverrà per i percettori del reddito di cittadinanza visto che questi già ricevono l’assegno per il sostegno del reddito.

Per lavori socialmente utili si intendono quindi tutte quelle attività che hanno come oggetto la realizzazione di opere e la fornitura di servizi di utilità collettiva. Nel dettaglio, secondo quanto previsto dal decreto legislativo 468/1997, nella categoria dei lavori socialmente utili – nella quale rientrano anche gli LPU – troviamo quelle svolte all’interno dei seguenti settori:

  • cura della persona;
  • ambiente;
  • territorio;
  • sviluppo rurale;
  • montano;
  • acquacoltura;
  • riqualificazione degli spazi urbani.

Per capire meglio vediamo alcuni esempi di lavori socialmente utili. Oltre ai sopracitati assistenza all’infanzia, agli anziani, ai portatori di handicap e recupero di tossicodipendenti e di persone detenute, troviamo anche:

  • raccolta differenziata e gestione di discariche e di impianti per il trattamento di rifiuti solidi urbani;
  • tutela delle aree protette e dei parchi naturali;
  • miglioramento della rete idrica;
  • realizzazione delle opere necessarie allo sviluppo e alla modernizzazione dell’agricoltura (anche nelle zone di montagna);
  • conservazione e riqualificazione di aree urbane, quartieri e centri minori;
  • recupero e valorizzazione del patrimonio culturale;
  • miglioramento delle condizioni per lo sviluppo del turismo.

Come potete vedere ci sono molti esempi di lavori socialmente utili e di pubblica utilità; molto dipenderà quindi dalle esigenze del vostro territorio e dalle necessità del Comune di appartenenza.

Concludiamo ricordando che il Consiglio di Stato, con la sentenza 3664/2007 ha chiarito che le caratteristiche dei lavori socialmente utili non ne “consentono la qualificazione come rapporto di impiego”. Questo perché il “rapporto dei lavoratori socialmente utili trae origine da motivi assistenziali e riguarda un impegno lavorativo certamente precario”.

 

Fonte: https://www.money.it/

L’amianto sui luoghi di lavoro- Secur Italia – Sicurezza sul Lavoro

L’amianto è una sostanza chimica fibrosa utilizzata fino agli inizi degli anni novanta per realizzare diverse strutture. Le caratteristiche di pericolosità dell’amianto non erano note fino a poco tempo fa e sono legate proprio alla struttura della sostanza in fibre, che deteriorandosi si disperdono nell’aria e possono provocare, se inalate, alterazioni a livello dell’apparato respiratorio e polmonare anche gravi ed a distanza di molto tempo dall’esposizione.

Le caratteristiche fisiche rendevano questa sostanza duttile e molto utilizzata per le sue proprietà di isolamento termico, acustico ed antincendio; la presenza dell’asbesto era molto diffusa nelle coperture edili, negli isolanti termici o nei presidi antincendio.

Una volta riconosciute le sue caratteristiche di pericolosità si è provveduto, con la legge 257 del 27 Marzo 1992, a vietarne l’utilizzo, l’importazione e la commercializzazione.

Di fatto tuttavia la sola presenza di amianto in se non rappresenta una fonte di pericolo, poiché la nocività è legata allo sfaldamento dei materiali dovuto a deterioramento per assenza di manutenzione o danneggiamento; contrariamente a quanto generalmente si creda, la legge del 1992 ha imposto il divieto di fabbricare nuovi prodotti in amianto, ma non sussiste nessun obbligo di rimozione dei prodotti preesistenti, sebbene la presenza dei materiali contenenti amianto debba essere censita e segnalata alle autorità competenti (ASL), in modo che se ne possa verificare l’integrità e di conseguenza la salubrità degli ambienti circostanti.

La valutazione del rischio amianto nei luoghi di lavoro, è definita nell’art 249 del D.Lgs 81/08 in cui viene esplicitamente ricordato l’obbligo del datore di lavoro di effettuare la valutazione dei rischi.

A tal fine il datore di lavoro ha l’obbligo, nell’impossibilità di procedere all’eliminazione del materiale pericoloso, di informare i lavoratori rispetto alla presenza del pericolo, di far effettuare una certificazione dello stato di integrità dell’amianto e di procedere comunque a monitoraggi ambientali e biologici per valutare la presenza di fibre di amianto nell’aria e nell’organismo dei lavoratori.

 

Una volta definito il grado di integrità e la relazione tra gli indici misurati ed i corrispondenti valori limite soglia, il datore di lavoro, in collaborazione con il Medico Competente, elabora un opportuno piano di campionamento e di sorveglianza sanitaria, per monitorare nel tempo i livelli di amianto presenti. I risultati periodici dei campionamenti devono essere quindi riportati nel Documento di Valutazione dei Rischi, e se si registra un incremento significativo e costante dei livelli nel tempo, segnalati alla ASL di competenza, anche se si resta al di sotto dei valori limite soglia.

 

È importante ricordare che lo smaltimento dell’amianto deve e può essere eseguito soltanto da personale qualificato e da imprese autorizzate che abbiano requisiti e strumenti per la rimozione in sicurezza; la rimozione sconsiderata dell’asbesto, seguita all’entrata in vigore del D.Lgs 257/92, svolta da personale inesperto, non adeguatamente protetto e non al corrente del rischio da esposizione, ha in molti casi in passato generato problemi ben più significativi di quelli che sarebbero forse derivati evitando di movimentarlo.

Fonte: https://www.anfos.it/

Per maggiori informazioni

Nell’era dei Safety Coach,il riconoscimento migliore è la stima e il ringraziamento dei presenti che nonostante la stanchezza di una giornata a bordo nave si sono riuniti per ascoltare il mio messaggio di prevenzione.

Nell’era dei Safety Coach,il riconoscimento migliore è la stima e il ringraziamento dei presenti che nonostante la stanchezza di una giornata a bordo nave si sono riuniti per ascoltare il mio messaggio di prevenzione.

Presso: Fincantieri – Cantieri Navali Italiani Stabilimento di Venezia-Marghera

Telecamere sul posto di lavoro

Filmati di videosorveglianza: possono essere usati per licenziare un dipendente?

Si può licenziare un dipendente scoperto dal filmato di una telecamera piazzata a sua insaputa vicino alla sua scrivania? Se la registrazione viene portata in processo e il giudice la vede, la prova acquisita in violazione della privacy può essere usata? Alcune di queste domande sono tipiche negli ambienti di lavoro. Questo perché buona parte degli illeciti commessi in azienda viene ormai scoperta e documentata attraverso strumenti elettronici (email, accessi a internet, social media, localizzazioni, telecamere, sistemi gestionali e di comunicazione interna).

Ecco che allora chiedersi se le telecamere di videosorveglianza possono essere usate per licenziare un dipendente equivale anche a domandarsi entro che limiti il datore di lavoro può usare tali sistemi. In altri termini, sono legali le telecamere sul posto di lavoro?

Telecamere sul posto di lavoro: quando sono legittime

Il datore di lavoro può installare le telecamere sul posto di lavoro. Non può farlo se agisce con lo scopo di verificare la prestazione lavorativa dei dipendenti ossia per controllare se questi lavorano e come lo fanno. Egli deve essere mosso unicamente dall’intento di tutelare l’azienda da possibili pericoli o malintenzionati oppure per esigenze organizzative e produttive (cosiddetto controlli difensivi). 

Ad esempio sarebbe illegittimo l’impiego di sistemi di videosorveglianza piazzati vicino alla macchina del caffè per verificare quanto tempo i lavoratori vi sostano o in corrispondenza delle porte di uscita per accertarsi di eventuali fughe durante l’orario di lavoro o della durata della pausa sigaretta. Invece è legittima la telecamera in un ufficio postale, in un supermercato o in una banca per dissuadere i ladri, così come è legittima in una stanza ove è presente un macchinario pericoloso da tenere sotto costante controllo.

A quali condizioni si può installare una telecamera sul posto di lavoro?

Abbiamo appena detto che l’installazione della videosorveglianza sul posto di lavoro è ammessa solo se impiegata per:

  • esigenze organizzative e produttive:  si pensi alla necessità di riprendere un macchinario per verificare che questo funzioni correttamente e finisca un ciclo di produzione per iniziarne un altro; oppure a una telecamera posta sull’uscio del negozio per vedere se entrano clienti e riceverli;
  • tutela della sicurezza del lavoro: si pensi a una telecamera in un ufficio postale o in una banca per dissuadere i ladri dalla tentazione di fare una rapina;
  • tutela del patrimonio aziendale: si pensi a una telecamera posta nei vari reparti del supermercato per evitare che qualche cliente – o qualche dipendente stesso – prelevi della merce senza pagarla.

Tuttavia, prima che ciò possa avvenire è necessario: 

  • la comunicazione preventiva alle RSU o alle RSA; con queste il datore di lavoro deve trovare un accordo sui luoghi e modalità di installazione di tali impianti. Se ciò non dovesse essere possibile, l’imprenditore dovrà ottenere l’autorizzazione della Direzione Territoriale del lavoro.  Se gli impianti sono istallati per motivi di “sicurezza sul lavoro” l’istanza deve essere corredata dagli estratti del DVR dai quali risulta che l’istallazione degli strumenti di controllo a distanza è misura necessaria ed adeguata per ridurre i rischi di salute e sicurezza cui sono esposti i lavoratori;
  • la preventiva informazione ai lavoratori con un cartello ben esposto sui luoghi di lavoro. Infatti, anche se autorizzata dai sindacati, è illegittima la videosorveglianza installata all’insaputa dei dipendenti . 

 

Non è finita qua. Il datore di lavoro deve inoltre:

  • nominare un incaricato della gestione dei dati registrati dall’impianto di videosorveglianza in modo da tutelare la privacy di coloro che vengono ripresi;
  • conservare le immagini raccolte solo per un massimo di 24 ore dalla rilevazione (salvo speciali esigenze).

Il fatto che il datore di lavoro abbia fatto firmare ai dipendenti un foglio in cui questi, prendendo atto della presenza delle telecamere, ne autorizzano l’impiego non lo esonera dal chiedere le autorizzazioni ai sindacati o alla direzione del lavoro. Diversamente i filmati non possono essere utilizzati.

La violazione della legge sulla privacy si verifica anche quando: 

  • le telecamere sul lavoro sono solo installate ma non ancora funzionanti;
  • è stato dato preavviso ai lavoratori ma non è stato ancora acquisito il consenso dei sindacati;
  • il controllo è discontinuo perché esercitato in locali dove i lavoratori possono trovarsi solo saltuariamente.

La violazione si configura anche nel caso di telecamere finte montate a scopo esclusivamente dissuasivo.

Che succede se le telecamere sono installate senza rispetto delle procedure?

Dalla violazione delle regole sull’uso delle telecamere sul posto di lavoro derivano due importanti conseguenze.

Filmati inutilizzabili

I filmati registrati dal datore di lavoro senza il rispetto delle condizioni e delle procedure appena descritte non sono prove: quindi sono inutilizzabili contro il lavoratore in un eventuale processo. Ad esempio, non hanno valore di prova i fotogrammi ottenuti con una telecamera a circuito chiuso – installata in violazione della disciplina sui controlli a distanza – che ritrae un lavoratore mentre sottrae denaro dalla cassa. 

La conseguenza è che se il datore fonda il licenziamento del dipendente infedele sulle registrazioni di una telecamera installata in modo irregolare, il licenziamento è illegittimo in quanto non supportato da prove e il dipendente ha diritto alla reintegra sul posto.

Reato per violazione della privacy

Non solo. Il datore di lavoro che installa delle telecamere senza il rispetto delle regole appena elencate commette anche reato di violazione del divieto di controlli a distanza sui lavoratori. Ciò in quanto la tutela penale è diretta a salvaguardare interessi collettivi di cui le rappresentanze sindacali sono per legge portatrici, in luogo dei lavoratori che, a causa della posizione di svantaggio nella quale versano rispetto al datore di lavoro, potrebbero rendere un consenso viziato. Tale comportamento, inoltre, integra la fattispecie della condotta antisindacale.

Secondo la Cassazione, può essere denunciato dai propri dipendenti, per violazione della privacy, l’imprenditore che nasconde una telecamera in un ufficio per spiare ciò che fa il lavoratore, anche se lo fa per evitare che questi rubi. È vero infatti che l’uso della videosorveglianza è possibile nel caso di «controlli difensivi» (e, quindi, per evitare che un dipendente possa commettere reati all’interno dell’azienda), ma solo se l’uso dell’impianto non lede la dignità del lavoratore (tale sarebbe, ad esempio, una telecamera montata nel bagno o puntata solo su un unico dipendente, allo scopo di controllarne ogni minimo spostamento 8 ore al giorno). Dall’altro lato non si può installare la telecamera-spia con l’intento difensivo se non ci sono validi sospetti del reato del dipendente. La telecamera-spia in funzione “preventiva”, ossia volta a saggiare la fedeltà del dipendente, è illegale.

Inoltre il filmato della telecamera-spia deve essere usato solo per rilevare l’eventuale reato e non per contestare altre condotte, come ad esempio una pausa sigaretta troppo lunga.  

Fonte:https://www.laleggepertutti.it/

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Richiedi un preventivo per ottemperare all’obbligo di misura del gas Radon

La Legge Regione Campania n.13 del 08/07/2019 ha imposto l’obbligo di misura del gas Radon in tutte le attività aperte al pubblico a piano terra e seminterrato / interrato. Fanno eccezione solo i locali residenziali ed i vani tecnici per impianti. La misura annuale doveva iniziare entro il 16/10/2019. I risultati vanno inviati al Comune/ARPAC entro il 16/01/2021

In caso di mancato invio si sospende l’Agibilità dei locali. Senza agibilità, oltre ad una possibile chiusura, non è possibile effettuare affitti, vendite, subentri, volture, etc. La Legge impone una misura di durata annuale, per cui in caso di non esecuzione, il locale sarà interdetto per almeno 1 anno, per le misurazioni.

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Radon Campania: scattato l’obbligo misure dal 16 Ottobre 2019

Radon Campania: con la Legge regionale 8 luglio 2019, n. 13 -“Norme in materia di riduzione dalle esposizioni alla radioattività naturale derivante dal gas radon in ambiente confinato chiuso” la Regione Campania introduce l’obbligo, per gli esercenti di attività strategiche e locali aperti al pubblico, di avviare le misurazioni sul livello di concentrazione di attività del gas radon.

Poiché il mancato adempimento comporta la sospensione per dettato di legge della certificazione di agibilità dei locali, abbiamo pensato di approfondire di seguito la tematica.

Radon Campania: perché una legge in merito

Il radon è un gas radioattivo immesso nell’aria ambiente e proveniente dal decadimento dell’uranio presente nelle rocce, nel suolo e nei materiali da costruzione. Il suolo è responsabile dell’80% del Radon presente nell’atmosfera, l’acqua del 19% e le altre fonti solo dell’1%. Essendo circa 8 volte più pesante dell’aria, tende ad accumularsi negli ambienti confinati, dove in alcuni casi può raggiungere concentrazioni tali da rappresentare un rischio significativo per la salute.

 

La legge risulta necessaria in quanto oggi il radon è considerato la principale causa di morte per tumore ai polmoni dopo il fumo di tabacco, e la Campania presenta concentrazioni di Radon superiori alla media italiana.

 

Tuttavia in attesa dell’approvazione del Piano Regionale ha fissato con la suddetta legge: I valori limite di esposizione al gas radon in nuove costruzioni ed edifici esistenti:

  • Nuove costruzioni e interventi di ristrutturazione e manutenzione straordinaria, eccetto i vani tecnici isolati o a servizio di impianti a rete: il livello limite di riferimento per concentrazione di attività di gas radon in ambiente chiuso, e in tutti i locali dell’immobile interessato, non può superare la media annua di 200 Becquerel per metro cubo (Bq/m3), misurato con strumentazione passiva e attiva.
  • Edifici esistenti:
    • per gli edifici strategici e destinati all’istruzione, compresi gli asili nido e le scuole materne, il livello limite di riferimento per concentrazione di attività di gas radon in ambiente chiuso, e in tutti i locali dell’immobile interessato, non può superare i 300 Bq/m3, misurato con strumentazione passiva e attiva;
    • per gli interrati, seminterrati e locali a piano terra degli edifici diversi da quelli di cui alla lettera a) e aperti al pubblico, con esclusione dei residenziali e dei vani tecnici isolati al servizio di impianti a rete, il livello limite di riferimento per concentrazione di attività di gas radon in ambiente chiuso non può superare 300 Bq/m3, misurato con strumentazione

 

Radon Campania: l’obbligo di misurazione

Gli esercenti delle attività soggette all’obbligo, devono provvedere entro e non oltre novanta giorni dalla data di entrata in vigore legge regionale (ovvero per il 16 Ottobre 2019), ad avviare le misurazioni sul livello di concentrazione di attività del gas radon.

Le misurazioni dovranno essere svolte su base annuale in due distinti semestri (primavera-estate e autunno-inverno).

Gli esiti delle misurazioni dovranno essere trasmessi entro un mese dalla conclusione del rilevamento al Comune interessato e ad ARPA Campania della ASL di riferimento.

In caso di mancata trasmissione delle misurazioni entro diciotto mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, il Comune provvede a intimare con ordinanza la trasmissione delle misurazioni svolte, concedendo un termine non superiore a trenta giorni, la cui eventuale e infruttuosa scadenza comporta la sospensione per dettato di legge della certificazione di agibilità.

I piani di risanamento per il Radon

Nel caso in cui, all’esito delle misurazioni, il livello di concentrazione dovesse risultare superiore i limiti fissati, il proprietario dell’immobile presenta al Comune interessato, entro e non oltre sessanta giorni, un piano di risanamento.

Il piano di risanamento è approvato dal Comune entro e non oltre sessanta giorni dalla sua presentazione, previa richiesta di esame e parere alla ASL competente.

Terminati i lavori previsti dal piano di risanamento, il proprietario dell’immobile effettua le nuove misurazioni di concentrazione di attività di gas radon su base annuale suddivisa in due distinti semestri (primavera-estate e autunno-inverno), trasmettendo nuovamente i risultati al Comune

Radon Campania: come avviene la misura?

Lo strumento di misura per rilevazioni di lungo periodo (generalmente un anno) è il cosiddetto dispositivo o dosimetro passivo:

  • Sono costituiti da un contenitore al cui interno è alloggiato l’elemento sensibile (rivelatore), entrambi di materiale plastico
  • Sono di piccole dimensioni e molto leggeri
  • Non necessitano di batterie o di alimentazione elettrica
  • Sono assolutamente innocui, non emettono radiazioni né sostanze di alcun tipo
  • La misura dura da alcuni mesi ad 1 anno
  • Forniscono il valore medio di concentrazione di radon nell’aria

Cosa possiamo fare per te?

I tecnici di SECUR ITALIA possono supportarti per tutti gli adempimenti di legge ai fini delle misurazioni sul livello di concentrazione di attività del gas radon.

Il nostro servizio annuale si compone di

  1. Sopralluogo ed elaborazione di un Piano di Campionamento conforme alla Norma UNI ISO 11665-4:2015
  2. 1° semestre: fornitura in comodato d’uso e posizionamento dei dosimetri da parte del tecnico abilitato. Ritiro dei dosimetri al termine del periodo di rilevazione.
  3. 2° semestre: fornitura in comodato d’uso e posizionamento dei dosimetri da parte del tecnico abilitato. Ritiro dei dosimetri al termine del periodo di rilevazione.
  4. Invio dei dosimetri presso il laboratorio di radioprotezione con sistema qualità UNI CEI EN ISO/IEC 17025 ed emissione rapporto di prova.
  5. Elaborazione di Report conclusivo ed inoltro della documentazione al Comune e all’ARPAC.

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7 consigli pratici per l’uso del cellulare- Campi elettromagnetici

Già i numeri del telefonino basterebbero per allarmarsi un po’. Lo guardiamo 150 volte al giorno. Due terzi degli inglesi lo usano sulla tazza da bagno, il 41 per cento dei giapponesi lo porta nella vasca, l’11 per cento degli under 25 americani interrompe un rapporto sessuale se riceve una chiamata. Nel 2009, gli italiani hanno parlato per ben 113,8 minuti sul mobile, contro i 103,8  miliardi di minuti sul fisso, mentre le schede Sim nel mondo sono 5,2 miliardi. Non solo: già nel 2004 uno studio dell’Università di Trieste mostrava che il 56 per cento dei bambini di scuola elementare possedeva un cellulare e che solo il 32 per cento lo spegneva per andare a dormire. Un comportamento ad alto rischio, perchè il cervello dei bambini viene ancor più danneggiato dalle radiazioni dei telefonini di quello degli adulti.

 

In libro del giornalista Riccardo Staglianò, Toglietevelo dalla testa!Cellulari, tumori e tutto quello che le compagnie telefoniche ci tengono nascosto (Chiare Lettere),  fuga ogni incertezza. «È stato difficile anche per me», confida, «accettare che uno strumento attraverso cui passano comunicazioni ed emozioni possa essere pericoloso. Ma la buona notizia è che basta poco per evitare i rischi: usare l’auricolare con fili, ridurre le chiamate e aumentare gli sms, proteggere i bambini».

 

La domanda è: il nostro compagno più inseparabile (il cellulare) ci sta forse tradendo? Prove ce ne sono, e parecchie tanto che nel 2011 l’Agenzìa internazionale per la ricerca sul cancro ha inserito il telefonino tra i possibili cancerogeni. I manuali di istruzione dicono di tenerli da 1,5 a 2,5 centimetri dall’orecchio (perché? E soprattutto: chi lo fa davvero?). Allora ecco un utile prontuario, consistente in sette  consigli pratici, che qui di seguito vi riporto:

 

1) Non fare usare i telefoni cellulari ai bambini, se non in caso di emergenza. Tollerati gli SMS, ma è meglio ridurre anche quelli. I bambini devono ancora svilupparsi completamente dal punto di vista cerebrale. Pertanto le radiazioni emesse dai cellulari potrebbero fare danni molto più gravi che in un adulto.;

 

2) Utilizzare sempre gli auricolari con cavo (non quelli wireless). Anche l’uso del vivavoce è consigliabile;

 

3) In caso di presenza di poca rete o di mancanza di campo, non effettuare chiamate. In questi casi sarà necessaria più potenza radiante, con conseguenti maggiori radiazioni;

 

4) Usare il cellulare meno possibile in movimento, come ad esempio in treno e in automobile. Il rischio costante di diminuzione del segnale aumenta in questi casi l’emissione di radiazioni;

 

5) Non tenete il cellulare vicino in fase di chiamata, quando le radiazioni sono più forti. Durante una chiamata le radiazioni emesse sono più forti. Per questa ragione evitate di accostare il cellulare all’orecchio in questa fase. Aspettate la risposta del destinatario prima di avvicinarvi. In ogni caso limitate l’uso senza auricolari;

 

6) Non tenete il cellulare in tasca dei pantaloni, nel taschino della camicia o nella giacca che indossate. Le radiazioni emesse non sono pericolose solo per il cervello. Anche il cuore e gli altri organi rischiano danni dalla prolungata esposizione. Dunque cercate di non tenere i cellulari nei taschini interni delle giacche o nelle tasche frontali dei jeans;

 

7) Non addormentatevi mai con il cellulare vicino alla testa, ad esempio usandolo come sveglia. Dormire coi cellulari accanto è davvero molto pericoloso per il cervello;

Fonte:https://www.dionidream.com/

L’importanza di una consulenza professionale – Secur Italia sicurezza sul lavoro

Consulenza sicurezza sul lavoro

Ogni azienda ha l’obbligo di occuparsi della sicurezza dei propri dipendenti e degli ambienti di lavoro;

Di occuparsi di prevenzione e tutela, di valutare dei rischi, di allestire un organigramma interno  indispensabile alla prevenzione, di formare i lavoratori, di rispettare i criteri di produzione e conservazione della documentazione richiesta, rispettare le date.

Il primo riferimento nella normativa è notoriamente il Testo unico sicurezza sul lavoro D.lgs. 9 aprile 2008, n. 81 con tutti gli aggiornamenti che dal 2008 si sono susseguiti, le modifiche, i decreti previsti e di sua emanazione, gli interpelli per chiarirne ancora alcuni aspetti, gli Accordi Stato Regione.

Secur Italia offre attraverso il proprio staff, la propria squadra di  professionisti da quasi 20 anni impegnati nell’assistenza alle aziende, una consulenza specializzata per permettere ai clienti di aver chiaro ogni adempimento, conoscere gli aspetti che lo interessano ed essere completamente in regola.

Una consulenza diretta e specifica , che analizzerà le particolari esigenze dell’impresa e fornirà un elenco di passaggi da seguire in merito ad esempio a:

  • corsi di formazione;
  • valutazione dei rischi e documenti(DVR);
  • Addetti antincendio e Primo soccorso;
  • Medicina del lavoro e Medico competente;
  • Rspp.

Può richiedere una consulenza tramite il modulo di contatto allegato oppure tramite mail all’indirizzo info@securitalia.net.

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